Lega Nord Gazzo Veronese


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Le nostre origini

La nostra storia

La storia serve a misurare quanto i nostri tempi siano formidabili.



Maccacari, le sue icone: san Rocco e san Sebastiano



Terrore e panico antico: la peste.

Adesso è davanti a tutto l'influenza suina, qualche giorno fa le immagini indugiavano sulle fabbriche in crisi e la perdita del lavoro, i mercati che non remunerano più i lavori dell'economia rurale, quasi ogni giorno una nuova evidenza ne scalza un'altra. Le immagini dei suini del Messico, subentrano alle immagini dei polli e dei volatili afferrati e destinati alla distruzione da gente in tenuta e mascherine asettiche, le ansie e gli affanni appena metabolizzati lasciano il posto a nuovi e le minacce non sembrano mai assopirsi.

Tutti noi, ogni volta a rinnovarci l'angoscia, ed a paventare la possibilità di nuovi "assesti". Tutte informazioni che dai e dai, ci lasciano piccole ossessioni, e sacche di ansia e panico, pronte a toglierci la lungimiranza nei pensieri, aumentando la nostra percezione del rischio, molto prima, e anche senza, trovarci sotto una concreta minaccia degli scongiurati eventi, da cui certo stare in guardia.

Ogni epoca ha avuto il suo schiacciamento psicologico, non è sicuramente un prezzo da pagare solo ai nostri tempi, é una fatica tra le altre fatiche, del vivere quotidiano. Osservate ad esempio le comunicazioni pittoriche che ci derivano dalla chiesa parrocchiale, il "testimone" di una staffetta pregna del tempo passato, la somma del vissuto, fatto dalla gente che consumava la sua quotidianità qui a Maccacari, camminando appena un centimetro sotto la terra dei nostri passi.

Ebbene, guardate gl'affreschi, di San Rocco e San Sebastiano, spesso ricorrenti in altre chiese della zona, sono due dei quattordici santi protettori dalla peste.
Dunque, quanto gravava sui nostri antichi compaesani la preoccupazione per la peste?

Senza scampo, ciclicamente più o meno ogni tredici anni, "la bomba batteriologica", ritornava per portarsi via fino a due Maccacaresi su cinque. Quando si avevano notizie di contagio dai paesi vicini, si preferiva parlare di "febbre perniciosa", di "disturbi da febbre", mai era usata la parola "peste", finché non fosse talmente palese a tutti da non essere più neanche necessario menzionarla; quando ciò avveniva era già il panico e la disgregazione del tessuto sociale. Lo spavento, la moria ovunque portò orribili stragi e profonda disperazione, i poveri giungevano a disprezzare l'autorità, la magistratura e fin la stessa morte …
Approfittando dell'universale sciagura, molte persone s'abbandonarono ad ogni sorta di furti, sia nelle case semiabbandonate dalla gente morta o in fuga, sia per rapina, ma anche di sacrilegi, di sozzure, una particolare pervertitura fu operata dei monatti (trasportavano i malati e seppellivano i morti) sui languenti.

Le uniche misure preventive, dettate dal signore delle nostre terre, erano di non permettere a nessuno di avvicinarsi alla città, provenendo dai luoghi infetti, pena la forca (…vi ricordate le vicende di Romeo, fermo a Mantova per la quarantena da peste?).
Nessuno aveva idea di che profilassi seguire, la cura era tutta empirica, improntata a far uscire dal corpo gli "umori malefici". Tutto ciò che si faceva era quindi di procurare vomiti, clisteri, causare fistole, pustole e salassi di sangue. Per il panico, la gente si purgava e svuotava fino ad essere sfibrata, tutto per estromettere la causa del malessere interiore. Quando il contagio era al culmine, venivano organizzate delle processioni e raduni di preghiera per scongiurarlo, purtroppo, l'effetto del raduno di folla, dava ulteriore ferocia alla diffusione del morbo.

Il terrore della peste flagellò già nel 1347, all'inizio d'ottobre proveniente da navi genovesi, poi nella primavera del 1361 colpì Milano e lasciò 77 mila morti. Per la terza volta, il gavacciolo pestifero colpì dal 1371 al 1374. Entra da Piacenza, e la mortalità fu grandissima. Colpì ancora nel 1381, poi nuovamente alla fine di novembre del 1401. Nuovamente vi fu contagio nel 1424.
Coll'inciprignir del contagio ogni paese si attrezzò di uno spazio a lazzaretto. Nell'anno 1451 la peste mandò desolata Milano ed il nord Italia. Nel 1511 la peste nel Veronese, fece migliaia di morti raggiungendo fino al 35-40% della popolazione. La peste successiva del 1578 proveniente da Venezia, durò 18 mesi e fu lo sterminio. Nel 1630 [Manzoni-Promessi Sposi] C'erano vere e proprie cataste di cadaveri e un odore intollerabile ovunque, …i monatti s'erano così avvezzati ad aver da fare con la morte e coi cadaveri da sedervisi sopra ed in quella posa tracannare vino. Spesso si vedevano cadaveri afferrati dalle braccia dal monatto, e per lo stato di turpe putrefazione delle giunture perdere il braccio staccato dal corpo.

La "peste", "il mal seme della peste", "la pestifera contagione", "la peste nera", "la peste bubbonica", "il gavacciolo pestifero", era una malattia diffusa dalle pulci di topo, che si annidano e prosperano nella sporcizia. Le pulci, come le zanzare, pizzicano le persone per succhiarvi il sangue lasciandole contagiate, un tempo, senza la Penicillina per guarire, si soccombeva.
Un panico ed un'angoscia personali e collettive, che, come dice la storia ed il vissuto cittadino, si alleviano nella comunicazione, nella scienza, nella prudenza, nella solidarietà e nelle invocazioni di fede.

Aldo Marchesini


in allestimento


PS: se qualche cittadino vuole venga pubblicato qualche articolo riguardante la storia del territorio, saremmo lieti di metterlo in rete sul sito. La redazione.



Nome degli abitanti Gazzesi


Il centro abitato di Gazzo nasce quasi certamente nel primo trentennio dell' VIII° secolo D.C. come feudo dell'abbazia di S. Maria in Organo di Verona. La prima attestazione del nome é dell'864 quando nel Codica Diplomatico Veronese (CDV I, 334-5), viene menzionato "In loco qui dicitur Gaio ". In seguito, il toponimo risulta documentato come segue: - de Gaio, a. 880 - S. Maria de Gazo, a. 889 - in loco ubi dicitur Gaio, a. 890 - Gaio, a. 905 - Sanctae Marie in Gaio, a. 918/terre GadII, a. 1267. La voce Gazzo deriva dal longobardo gahagi "luogo, bosco recintato", ven. antico "gazo". Il determinante fu aggiunto nell'800 per distinguerlo da altre località omonime: in prov. di Padova, Vicenza, Mantova, Reggio Emilia, Cremona, ecc.

Un pò di storia:
La terra di Gazzo rivela di essere stata abitata fin dal periodo Neolitico (circa 4500-4000 a.C.) e trova conferma in alcuni materiali ritrovati nella zona, presso il corso del Tartaro e di altri fiumi minori. Le attività venatorie sono documentate dalla presenza di resti di animali. La caccia al cinghiale era probabilmente un'attività praticata con successo. Ritrovamenti archeologici e di denari d'argento si sono verificati numerosi in questo territorio e depositati nel Museo Archeologico di Gazzo Veronese.I primi abitatori del luogo furono i Veneti, probabilmente gli Euganei. I fiumi si presentavano come facile via di difesa e di comunicazione e offriva buone possibilità di alimentarsi. Sotto il dominio romanico (I° secolo a.C. - II°secolo d.C.), la Claudia Augusta Padana divenne una delle più importanti vie di comunicazione per lo scalo sul Po per la maggior parte dei traffici da e per il Nord Italia e il Centro Europa. Il Comune di Gazzo Veronese è composto dalle seguenti frazioni: S. Pietro in Valle -Pradelle - Gazzo - Roncanova (sede municipale) -Correzzo - Maccacari.

Sono diminuite progressivamente le coltivazioni e le attività artigiane tradizionali, con larga diffusione di fabbriche artigianali e industriali, in special modo per la lavorazione del vetro, della maglieria e del legno. Una tipica produzione locale rimane quella della "carezza", una specie di canna sottilissima legata alla presenza della palude del Busatello, utilizzata nei numerosi laboratori artigianali delle zone vicine, dove viene impiegata in particolare per impagliare le sedie.


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